La General Electric continua a investire nel nostro Paese. E, dopo l’industria, ora è il momento della finanza: con 900 milioni per Interbanca. Perché, spiega il top manager Giuseppe Recchi, qui ci sono grandi potenzialità. Servirebbe più fiducia.

Una stretta di mano e la prima domanda è la sua: “Posso chiederle di scrivere una cosa? Siamo un Paese difficile, ma assolutamente viva l’Italia !”. Inizia così l’intervista con GiuseppeRecchi, 44 anni, giovane top manager di General Electric (GE), multinazionale americana da 183 miliardi di dollari di fatturato e 18 di utile netto. E da uno come lui, presidente per la divisione Sud Europa, cresciuto professionalmente tra Londra e Stanford (Usa). uno slogan così proprio non te lo aspetti. «Non è uno slogan» precisa subito « è molto di più! Una presa di coscienza che il nostro è un Paese che ha molte nicchie dieccellenza da sfruttare» ribatte «Però un pò bisogna crederci. altrimenti…». Altrimenti si tirano i remi in barca.

Da una parte, infatti, c’è chi come Muammar Gheddafi ei fondi governativi libici, il 12 febbraio scorso si è detto pronto a impegnare in Italia 20 miliardi di dollari in partecipazioni azionarie di rilievo (Telecom Italia, Eni, Unicredit solo per citarne alcune), mentre altri gruppi esteri come 3M, Easyjet,  Burger King hanno già creduto “almeno un po’”, per dirla alla Recchi, alla possibilità di lavorare con profitto in Italia.

Dall’altra però altri investitori stranieri prima di mettere in gioco i loro capitali nel nostro Paese continuano a pensarci non una, ma cento volte. E i dati degli investimenti diretti esteri (Ide) lo dimostrano: 40,2 miliardi di dollari nel 2007, il 2.2% in più rispetto al 2006. Una cifra che, in termini di performance, confina il Paese nella posizione numero 107 sulle 141 economie esaminate dall’Unctad (UnitedNations conference on trade and development). E il 2008, su cui Economy  ha cercato le prime anticipazioni, non dovrebbe riservare sorprese.

Ma le scelte controcorrente di chi ha creduto nelle potenzialità dell’ Italia sono state ricompensate. E non poco, come dimostra proprio la successstorydi General Electric, che nel 94rilevò Nuova Pignone dall’Eni. Una scommessa industriale di grande successo. In quindici anni è passata molta acqua sotto i ponti della multinazionale americana. ma l’attenzione sull’Italia non è mai venuta meno. Adesso, con l’acquisizione di Interbanca dagli spagnoli del Banco Santander, conclusa l’8 gennaio scorso per 900 milioni, è il momento della finanza.

Dottor Recchi, perché GE sceglie l’Italia?

Perché qui abbiamo trovato vantaggi competitivi sia nel settore finanziario sia in quello industriale.

Quali vantaggi?

La porzione di mercato ancora disponibile. la possibilità di produrre efficienza e l’opportunità di accompagnare le piccole e medie imprese Verso un’offerta di prodotti ancora assenti.

L’acquisto di interbanca va in questa direzione…

Certo. L’Italia è una delle prime dieci economie al mondo e ha alle spalle un uso della finanza molto prudente anche nelle imprese, dove le banche hanno sempre presidiato il territorio senza aprirsi all’esterno. Il valore aggiunto che un gruppo come General Electric può dare è proprio quello di integrare i processi di una banca territoriale con le sinergie e le capacità di offerta di una multinazionale

Come cambierà Interbanca?

Si focalizzerà solo sulla finanza di impresa. Stiamo pensando di aggiungere factoring, leasing e altri servizi perla ristrutturazione del debito alla divisione di private equity. Per ora ha 6 miliardi di assetin gestione e resterà di queste dimensioni, anche se stiamo facendo alcuni aggiustamenti. E come una macchina entrata nei box per il pit-stop.

E a cosa stanno lavorando i vostri «meccanici»?

Stanno mettendo a punto il business plan creando sinergie tra le società di GE che fornivano i diversi servizi. E stanno rivedendo i meccanismi di funzionamento del motore, per creare una vettura efficiente, veloce e con un menù di offerta più ampio.

C’è un modello cui vi ispirate?

Oggi potrebbe sembrare simile a Mediobanca come genere, ma ha una diversità. Mediobanca è anche una banca di sistema: ha un portafoglio di importanti partecipazioni azionarie di lunghissimo corso e in grandi gruppi industriali. Noi invece ci vogliamo dedicare a fornire risorse finanziarie con servizi diversificati alle piccole e medie imprese.

E nell’industria, quali sono le opportunità?

L’Italia offre tecnologia di prima qualità, competenza della manodopera specializzata e una posizione geograficache consente di cogliere le opportunità nell’area mediterranea. Qui General Electric, per esempio, ha stabilito il quartier generale europeo del settore segnalamento.

Cosa rappresenta l’italia per il business di General Electric?

E un Paese dove produrre e non solo un mercato di sbocco. L’investimento in Nuovo Pignone è emblematico. Eravamo molto forti nell’energia e avevamo a che fare con clienti dell’ oil& gas a cui vendevamo parti meccaniche. Ma noi eravamo protagonisti del business. Con Nuovo Pignone abbiamo trasformato una società da I miliardo di fatturato nella capogruppo di un business da 7,5 miliardi.

Lei però ha alle spalle un colosso come General Electric. Per le aziende minori non è così facile…

Neppure per noi lo è stato. I problemi sono gli stessi di sempre: la lentezza della pubblica amministrazione, l’enorme burocrazia… Questo è un Paese che mette scarsa attenzione ud definire le priorità strutturali dell’allocazione della spesa pubblica.

Eppure si continua a dire che sia il Paese migliore in cui vivere. Lei è d’accordo?

Affatto. Siamo sicuri che il nostro sia un Paese dove un insegnante vuole venire a insegnare? O un studente vuole venire  a studiare? Probabilmente no.

E allora, come fa a diventare un Paese nel quale un’impresa vuole avviare un’attività?

La sfida è proprio questa: far identificare l’Italia non come un mercato di sbocco, ma come un Paese centrale per la produzione. Fino a qualche anno fa si parlava cli come fare a resistere all’avanzata dei prodotti cinesi. Tempo tre anni, molte aziende italiane hanno avuto la capacità di trasformare quella minaccia in un’opportunità e sono andate loro a vendere in Cina.

Ma poi è arrivata la crisi finanziaria…

Che sta mortificando questo sforzo nel mezzo del suo divenire. E proprio in questa fase che le banche che servono la piccola e media impresa non devono avere paura. Anzi. Devono ridare fiducia.

Parola magica…

Ma fondamentale, Oggi conta la capacità di restituire fiducia e di saper salvaguardare il business.

Come?

Investendo in tre direzioni. Tecnologia, formazione e globalizzazione. Un mix che funziona se la liquidità riprende a circolare. E il collante è la fiducia tra operatori del settore e sistema regolatorio. Noi come GEinvestiamo 6 miliardi l’anno in tecnologie e uno in formazione. E soprattutto apriamo i mercati. La globalizzazione non  è finita.

Anche se il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parla di “buy american”, compra americano?

Adoro Obama, ma il protezionismo è sbagliato  e credo che farà un passo indietro, Mentre l’Italia deve  fare un passo in avanti. Può farcela.

FONTE: ECONOMY

AUTORE: ILARIA MOLINARI

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